
Antonino Fazio
Presidente di Sezione
Piacenza
Valutazione Professionalità: 3a
CANDIDATO ELEZIONI CSM 2026

MI PRESENTO
La mia storia, le mie idee
Sono Antonino Fazio (Messina 05.06.1979), DM 05.08.2010, in servizio presso il Tribunale di Piacenza dal 02.05.2012 come giudice civile. Ho svolto sempre funzioni civili, in tutte le materie. In particolare, sono stato per dieci anni giudice delegato ai fallimenti e alle procedure concorsuali, per dieci anni giudice delle esecuzioni, oltre ad occuparmi di contenzioso ordinario (specialmente responsabilità civile).
Attualmente svolgo le funzioni di Presidente della Sezione civile (dal 04.06.2026) e, come unico semidirettivo, anche di Presidente del Tribunale f.f..
Il mio nominativo è stato estratto nel sorteggio effettuato dal Comitato Altra Proposta presso uno studio notarile romano l’8.6.2026. Non faccio parte del Comitato, non ne seguivo le vicende, non ne conoscevo i componenti, con cui ho preso contatto solo successivamente.
Non ho mai fatto vita associativa, non ho legami con alcuna corrente. Non sono neanche iscritto alla mailing list dell’ANM, così come non frequento i social network: non sono ambienti in cui mi sento a mio agio.
Ho accettato l’opportunità di questa candidatura – imprevista e a cui non pensavo – perché l’unica condizione che prevede è, se eletto, il non rispondere ad altri se non alla mia coscienza e alle norme: esattamente ciò che ho sempre fatto, sine spe ac metu.
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L’idea alla base è che il Consiglio Superiore sia, e non possa che essere, l’organo di governo autonomo, nel senso di autoregolamentazione (oltre che di alta amministrazione), della Magistratura: un luogo in cui, esattamente come nei nostri uffici, si svolge attività tecnica e si decide asetticamente secondo regole oggettive; un luogo in cui dunque non v’è, e non vi può essere, spazio per valutazioni, decisioni, logiche di tipo “politico” o ideologico, in cui cioè prevalgano l’appartenenza, il vincolo associativo, il “peso” delle correnti.
La diversa sensibilità culturale e la libertà di associazione dei magistrati, costituzionalmente tutelate, possono e debbono trovare espressione in altre sedi, ove potrà trovare spazio il confronto sulle questioni sindacali e sul modo di ciascuno di intendere la funzione; ma devono restare fuori dal Consiglio Superiore, che non può essere un’impropria “camera di compensazione” dei rapporti di forza tra le diverse espressioni della magistratura.
A nessuno di noi piacerebbe che i ruoli o le ferie o i congedi nei nostri uffici venissero decisi a seconda dell’appartenenza correntizia o di simpatie o antipatie del dirigente.
È un mondo ideale, quello che vi descrivo; ma posso permettermi di immaginarlo perché non ho mai dovuto sottostare a vincoli di appartenenza, ed è questa la garanzia che posso offrirvi: che, andando a lavorare nel Consiglio, porterei lo stesso metodo che ho sempre seguito: ascolto, equilibrio, misura, rigore, ragionevolezza.
So bene che le buone intenzioni non bastano per l’attività di consigliere, che richiede tecnica e una piena padronanza del complesso (e a tratti ipertrofico) tessuto normativo che regola le nostre vite professionali.
Ho avuto modo di approfondirne lo studio, particolarmente negli ultimi anni (nel 2025 ho partecipato all’interpello per l’Ufficio Studi del C.S.M.), e quotidianamente mi misuro con la necessità di darvi piena e corretta attuazione: cercando di risolvere i problemi di un piccolo ufficio giudiziario, che non soltanto non sono quelli di un ufficio di medie o grandi dimensioni, ma non sono neanche quelli di un omologo tribunale del meridione o del centro Italia.
La variegata geografia giudiziaria ci consegna realtà troppo diverse per essere assimilate sul piano regolamentare: qui la normazione secondaria del Consiglio Superiore potrebbe essere adeguata nel senso di una maggior e più opportuna diversificazione. Ma questo è solo uno dei temi che, spero, si avrà modo di affrontare.
ChiedendoVi di sostenermi so di chiederVi molto: in moltissimi neanche mi conoscete, per le ragioni già esposte; il Vostro voto sarebbe dunque principalmente in favore del progetto di cambiamento a cui ho scelto di contribuire.
Cambiamento: mi rendo conto che suoni velleitario, e occorre un sano realismo.
Votando un candidato autenticamente indipendente, sciolto da qualsiasi vincolo associativo, non so che margini vi siano per incidere direttamente sulla produzione normativa del Consiglio o sui processi decisionali delle singole Commissioni.
Su questo posso garantirvi soltanto che proporrò e sosterrò solo iniziative che riterrò davvero utili, a prescindere dall’appartenenza di chi le formuli, e che ogni mio gesto o voto sarà espressione soltanto della rigorosa applicazione della legge e della normativa secondaria di derivazione consiliare.
Vi sarà invece la possibilità – ed è l’unica promessa che posso farVi, perché dipende soltanto da me – di svolgere una funzione di controllo sull’attività consiliare: non avendo obblighi di disciplina correntizia né vincoli di altro tipo, se in una qualsiasi decisione dovessi ravvisare una violazione o elusione delle regole o una ingiustificata disparità di trattamento non solo voterò contro, ma non avrò problemi a segnalarla pubblicamente e a chiederne pubblicamente conto.
E anche se dovessi restare da solo, sarebbe comunque un modo per garantire quel minimo che tutti possiamo e dobbiamo rivendicare: la piena trasparenza e pubblicità delle decisioni del Consiglio Superiore.
Sono molto in difficoltà nell’elencare obiettivi e “punti programmatici”: non sono un politico e non ho familiarità con le competizioni elettorali; ho sempre trovato il tempo soltanto per lavorare e studiare.
Proprio l’esperienza quotidiana, però, mi induce ad elencarvi i problemi di competenza consiliare alla cui risoluzione spero, con il Vostro aiuto, di poter contribuire. Ve li allego, per maggior comodità.
I miei punti programmatici
I. Questioni di interesse del singolo magistrato
Piena attuazione del principio del c.d. “benessere organizzativo” in ufficio.
Grande o piccolo che sia, l’ufficio di appartenenza dev’essere un luogo in cui si sta bene. Dev’essere un luogo in cui contano i risultati e non le logiche burocratiche o impiegatizie: in cui conta il lavoro e la qualità del lavoro, non la sua apparenza.
E quindi, per esempio, un magistrato che ha famiglia non deve temere di chiedere un congedo per maternità né vergognarsi di chiederlo per paternità, ostacolato almeno fino a pochi anni fa proprio dalla miopia del Consiglio Superiore, né deve temere di organizzarsi in modo più flessibile, attraverso udienze da remoto o cartolari.
Determinazione dei carichi esigibili per obiettivi parametrati alla specificità dei ruoli e dell’ufficio.
Gli obiettivi dell’Ufficio sono e devono essere prima di tutto gli obiettivi del singolo magistrato, che da buon professionista pianifica e organizza la propria attività annuale tenuto conto anche delle proprie eventuali difficoltà, come problemi di salute e altro.
Sa individuare obiettivi ragionevoli e sottoporli al semidirettivo e al direttivo, non se li vede imporre dall’alto per esigenze di statistica. Le statistiche sono un mezzo, non un fine.
Incentivi diretti legati al conseguimento degli obiettivi.
Ferma restando la necessità di evitare derive “fordiste” e burn-out, se il magistrato riesce a conseguire obiettivi superiori a quelli concordati con l’Ufficio, gli va riconosciuto un proporzionale incentivo economico.
Non significa essere “cottimisti”, come sono stati sprezzantemente definiti i colleghi applicati ex DL 117/2025, e che hanno speso tempo ed energie per aiutare altri uffici, ma semplicemente applicare il principio per cui la retribuzione dev’essere proporzionata alla quantità e alla qualità della prestazione lavorativa svolta. Chi lavora di più merita di essere pagato di più.
Incentivi indiretti.
Oltre al riconoscimento di punteggi aggiuntivi da far valere in sede di tramutamento, il magistrato dovrebbe avere la possibilità di portare in detrazione fiscale i costi sostenuti personalmente per l’aggiornamento professionale, come l’acquisto di libri e riviste o l’abbonamento a banche dati, esattamente come un libero professionista.
Ripristino dell’originario periodo feriale, con proposta di abrogazione sul punto del D.L. 132/2014, e comunque estensione della sospensione feriale dei termini anche ai termini per il deposito delle sentenze e dei provvedimenti.
Nell’attuale assetto tutti finiamo per trovarci nell’alternativa tra continuare a lavorare e a depositare pressoché ininterrottamente, ferie o non ferie, oppure rischiare addebiti disciplinari per i ritardi; situazione aggravata, per chi ha figli, dal problema matematico di distribuire 36 giorni di ferie su oltre 120 giorni annui di chiusura delle scuole.
Sono tutte questioni su cui il Consiglio Superiore potrebbe e dovrebbe esercitare, se del caso, la propria funzione propulsiva ex art. 10 L. 195/1958: questioni che non hanno colore politico e proprio per questo non possono essere lasciate all’iniziativa, all’inerzia o alla polemica delle varie correnti.
II. Questioni di interesse generale: organizzazione degli uffici e della magistratura
Sistemi informatici e Processo telematico: vanno ripensati e modificati.
Per la digitalizzazione integrale dei fascicoli non è necessario che tutti gli atti siano nativi digitali.
Si può chiedere che gli atti più semplici e seriali – visti, autorizzazioni, decreti di fissazione udienza, definitive esecutorietà – possano essere resi e firmati in forma cartacea e successivamente digitalizzati, con significativo risparmio di tempo per il giudice e con riduzione del carico anche dei server, come si fa, del resto, nei frequentissimi casi di malfunzionamento della rete o degli applicativi.
L’architettura del PCT deve inoltre essere subordinata alle regole del codice di procedura, non viceversa. Non è possibile che vi siano attività “non codificate”, come fissazioni di udienze nei procedimenti concorsuali o di v.g. che non risultano in calendario perché “il sistema non lo prevede” o perché “non è possibile scaricare l’evento”.
La rete informatica, infine, non dovrebbe essere unica, ma suddivisa quantomeno per distretti. Ogni ufficio giudiziario dev’essere indipendente dalle opere di manutenzione degli altri. Non è possibile che il sistema informatico di un ufficio si fermi per lavori di manutenzione a Milano, Roma o Napoli, per esempio. Così come non è possibile che un hacker che violi il sistema informatico di un ufficio abbia automaticamente accesso a tutti gli altri d’Italia.
Geografia giudiziaria e tabelle distrettuali. La giustizia di prossimità è un valore, non un costo.
La priorità va data agli uffici piccoli e di frontiera, nei quali anche una sola assenza, anche temporanea, può determinare gravi difficoltà nel comporre i collegi e comunque nel mantenere un adeguato livello qualitativo della giurisdizione.
Ciascun cittadino si aspetta da noi – e a pieno diritto – nulla di meno dell’eccellenza; non siamo tuttologi e non ci si improvvisa specialisti di una materia.
L’attuale sistema, che si articola in supplenze, applicazioni e coassegnazioni, potrebbe essere razionalizzato prevedendo meccanismi di applicazione automatica infradistrettuale.
Al verificarsi di una assenza per un periodo superiore a tre mesi e nell’impossibilità di soluzioni interne, il ruolo del giudice assente va coperto in modo efficiente, con l’applicazione infradistrettuale di almeno due giudici, ciascuno dei quali si farebbe carico di un 50% di lavoro straordinario, che svolgano le medesime funzioni in un ufficio vicino – nel raggio di 50 km per gli uffici di primo grado, 200 km per le Corti d’Appello – con proporzionale aumento di retribuzione, in ordine di anzianità inverso, dando dunque priorità ai giudici più anziani ed esperti.
Chi è in servizio in un ufficio sa che, per ciò solo, può essere chiamato – salvo grave e motivato impedimento – a sostituire il collega omologo nella sede più vicina.
I problemi logistici potrebbero essere minimizzati istituzionalizzando l’applicazione da remoto di cui al DL 117/2025: strumento particolarmente utile sia per i risultati conseguiti sia perché – lo dico per esperienza diretta – è una formidabile occasione di crescita professionale e culturale del magistrato che si confronta con altre realtà territoriali e altri tipi di contenzioso.
Gli incarichi direttivi e semidirettivi vanno calendarizzati nel rigoroso ordine di vacanza.
Continuare a consentire le “nomine a pacchetto”, o dare comunque la priorità ai posti più “appetibili”, significa pregiudicare la funzionalità degli uffici che vengono postergati e rafforzare un’impropria “gerarchizzazione” dei magistrati, in spregio al dettato costituzionale che li vuole distinti solo per tipologia di funzioni.
Occorrerebbe altresì porre la frequentazione di un corso di formazione per semidirettivi o direttivi non come obbligo successivo alla nomina, ma come condizione di ammissibilità della domanda, per garantire l’effettivo possesso di un’adeguata capacità e preparazione degli aspiranti.
Le nomine andrebbero poi decise in rigorosa applicazione del sistema di indicatori progressivi codificato nel Testo Unico sulla Dirigenza, che andrebbero anzi resi ancor più stringenti, riducendo, per esempio, a due anni anziché a quattro la soglia scriminante di maggior anzianità nelle funzioni per cui si concorre, così da ridurre ulteriormente la discrezionalità valutativa e l’occasione di distorsioni applicative.
Le valutazioni di professionalità vanno semplicemente automatizzate.
Il magistrato deve limitarsi a redigere una relazione estremamente schematica, ancor più di quella attuale, in cui riepiloghi le informazioni essenziali sulle funzioni svolte e allegare, se presenti, eventuali pubblicazioni o altri documenti attestanti qualità scientifiche particolari.
I provvedimenti a campione – magari in misura quadrupla dell’attuale, sia per numero, sia per coprire l’intero arco temporale del quadriennio e non solo alcuni trimestri – andrebbero acquisiti direttamente dalle cancellerie, così come le statistiche comparate, trattandosi pur sempre di un procedimento amministrativo in cui l’Amministrazione non richiede atti e documenti di cui già dispone.
Ritengo altresì essenziale, per evitare ulteriori concessioni all’autoreferenzialità della categoria, che sulle valutazioni di professionalità, all’interno dei Consigli Giudiziari, i membri laici abbiano non solo diritto di tribuna ma diritto di voto.
Il rischio di esprimere giudizi inquinati da antipatie o risentimenti – che a dire il vero non pare confinato all’avvocatura – può essere eliminato con la completa anonimizzazione degli atti: valutando l’attività di quel magistrato e la qualità dei suoi provvedimenti oscurandone generalità e ufficio di appartenenza, come in una prova concorsuale.
Sui procedimenti disciplinari, va ribadito che, dati alla mano, il sistema pare funzionare, se il 90% delle decisioni della Sezione disciplinare non viene impugnato.
Ciò su cui occorre intervenire è, in primo luogo, una ridefinizione complessiva degli illeciti disciplinari, la cui codificazione attuale è prolissa e sovrabbondante in una distorta e disfunzionale idea di tipicità.
In secondo luogo, occorre ridurre gli illeciti extrafunzionali a due sole ipotesi: fatti anche astrattamente costituenti reato; fatti che, anche privi di rilevanza penale, appannino l’immagine di onestà, indipendenza ed equilibrio del magistrato, penso in particolare all’uso dei social network e ai comportamenti tenuti in pubblico.
La regola è molto semplice: se ti viene il dubbio sull’opportunità del comportamento, ti sei già risposto.
In terzo luogo, occorre una estrema severità verso questi illeciti extrafunzionali, anche maggiore dell’attuale. La casistica resa nota dagli ordini del giorno del C.S.M. è spesso poco edificante.
Un magistrato che picchia la moglie, che inveisce contro le Forze dell’Ordine minacciandole, che pretende trattamenti di favore presso uffici o imprese, che si lascia andare a comportamenti incommentabili anche in ufficio, deve semplicemente smettere di fare il magistrato quantomeno per qualche mese, magari al fine di attivare con successo gli opportuni percorsi terapeutici: e ciò in automatico, senza che possa farsi leva su una presunta natura episodica o isolata “nel complesso di una carriera brillante”.
Il magistrato è e deve rimanere una persona perbene, e su questo non sono possibili compromessi.
La credibilità della giustizia disciplinare si basa sulla sua capacità di intercettare e sanzionare efficacemente questo tipo di illeciti, non i ritardi nei depositi delle sentenze.
Fissare l’attenzione quasi esclusivamente sui ritardi ha determinato, negli anni, soltanto due conseguenze: una occasionale maggior severità finalizzata unicamente a rispondere alle esigenze punitive rappresentate ab externo, cioè “fare numero”; e l’appiattimento del magistrato su logiche burocratiche e impiegatizie, “avere le carte a posto”, riducendo anche drasticamente la qualità dei provvedimenti, con motivazioni sciatte o apparenti, pur di depositarli in tempo.
Occorre porvi rimedio.
Sono solo alcuni dei temi da affrontare, senza pretesa di completezza. Spero di averne occasione con il Vostro aiuto.
“ Ho accettato la candidatura perchè l’unica condizione è non rispondere ad altri se non alla mia coscienza e alle norme
TRE DOMANDE
01
Perché hai scelto di accettare la candidatura per sorteggio al CSM?
Perché l’unica condizione che prevede è, se eletto, il non rispondere ad altri se non alla mia coscienza e alle norme: esattamente ciò che ho sempre fatto.
02
Quale contributo pensi possa dare un consigliere indipendente al CSM?
Può svolgere una funzione di controllo reale, senza vincoli di appartenenza. Se una decisione viola le regole o crea ingiustificate disparità di trattamento, deve avere la libertà di opporsi e di chiederne pubblicamente conto.
03
Come dovrebbe decidere il CSM nelle questioni che riguardano i magistrati?
Applicando regole oggettive con equilibrio, rigore e ragionevolezza, senza lasciare spazio a logiche di appartenenza, simpatie o rapporti di forza.
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